Immigrazione: una politica tra “integrazione” ed “accoglienza”

 

Come al solito e come ogni estate si torna a parlare di immigrazione, contrapponendo sostanzialmente due visione: quella del “rimandiamoli a casa, sono tutti criminali” e quella “del poverini, se non li aiutiamo noi come fanno?”.

Ovviamente queste due posizioni sono estremamente semplificate perché la situazione sotto il sole è molto più complessa di così.

Intanto qualche dato: partiamo dagli stranieri regolari, ovvero quelli regolarmente residenti sul nostro territorio: secondo l’Istat gli immigrati residenti in Italia  sono 5.029.000 (dati aggiornati al 1 gennaio 2017) il dato è preciso perché calcolato sulla base delle persone registrate alle anagrafi comunali con una cittadinanza diversa da quella italiana.

Va fatto notare che in questo dato sono compresi tutti gli stranieri,  compresi quelli provenienti da altri paesi dell’Unione Europea. Mentre gli stranieri non comunitari, quelli che vengono percepiti come veri stranieri sono 3 milioni e 500 mila. A questi vanno aggiunti quelli che vengono definiti stranieri regolari ma non residenti, ovvero quelli che hanno un regolare permesso di soggiorno ma non sono iscritti all’anagrafe del Comune Italiano. Secondo i dati della Fondazione ISMU che si occupa di immigrazione si parla di 410 mila persone (dati del 1 gennaio 2016).  Quindi gli stranieri regolari in Italia sono circa  5, 4 milioni (su una popolazione di circa 60 milioni di abitanti).

rifugiati politici (quindi il dato comprende anche quelli che fuggono dalle guerre) sono 118 mila.

Il dato dei 5,4 milioni non tiene conto di altre tre categorie di migranti:

  1.  I richiedenti asilo
  2. Quelli appena arrivati che non rientrano ancora nelle statistiche
  3.  I migranti irregolari,  quelli che vengono volgarmente chiamati “clandestini”.

In questo calcolo vanno poi menzionati i richiedenti asilo, anche se in questo caso non è tanto semplice stabilire il numero dei richiedenti asilo dato che conosciamo il numero delle richieste di asilo annue, ma non abbiamo dati su quante di queste richieste di asilo siano state effettivamente evase (visto che ci vuole un anno ed in alcuni casi due). Non si hanno dati su quante di queste richieste di asilo siano ancora tali oppure sono state modificate in qualcosa d’altro (rifugiati laddove si fosse avuta una risposta positiva, migranti irregolari per coloro che hanno ottenuto una risposta negativa). Una stima piuttosto attendibile parla comunque di 174 mila (dati Ministero dell’Interno aggiornati al 20 marzo 2017), non tutti sono richiedenti asilo, alcuni sono già rifugiati (e quindi rientrano nei dati forniti sopra) mentre altri sono immigrati irregolari  in attesa di espulsione. Per semplificare un poco la situazione ipotizziamo che quei 174 mila siano tutti richiedenti asilo; anche perché il dato potrebbe anche risultare credibile dato che nel 2016 ci sono state 123 mila domande di richiedenti asilo, altre 83 mila nel 2015, mentre oltre 18 mila sono arrivate nel 2017 (dati al 20 marzo). Si parla di un totale di 220 mila persone, di cui è da tenere in conto che una parte sia già fuori dal sistema o perché ha avuto un riscontro alla domanda oppure perché di loro spontanea volontà hanno lasciato il Paese.

Sommando questi 174 mila ai 5,4 milioni che abbiamo contato prima arriviamo al numero di 5,6 milioni.

I problemi arrivano quando si deve calcolare il numero di quelli che vengono definiti “clandestini”, quanti sono esattamente?

Qui è più difficile di fornire dati certi e spesso si tende a sovrastimare il numero degli immigrati irregolari.

Va detto che qui il dato è più difficile da ottenere per tutta una serie di motivi, pur esistendo un registro dei clandestini non tutti sono stati ancora registrati e quindi non possiamo avere un numero certificato, ma si possono fare solo delle stime.

La fondazione ISMU riporta l’ultimo dato utile al 1 gennaio 2016, parla di una stima pari a 435 mila immigrati irregolari presenti su territorio italiano, l’8% degli stranieri regolari.

Quindi, sommando questo dato ai 5,6 milioni che avevamo prima, arriviamo a contare circa 6 milioni di migranti, circa il 10% della popolazione italiana. 

Perché dedicare la prima parte di questo articolo solo riportando numeri? Lo so, molti di quelli che leggeranno questo articolo probabilmente al terzo numero citato si sono fermati, ma sono necessari per comprendere meglio il fenomeno e cercare di sviluppare un ragionamento che vada al di là delle due posizioni menzionate sopra e che possa in qualche modo cercare a come ovviare al problema, diversificando gli interventi e le soluzioni.

Allora, partiamo subito dicendo che l’Italia non è in grado di accogliere tutti i migranti che costantemente sbarcano sulle nostre coste, non si tratta di razzismo ma di buonsenso.

L’Italia non è la Francia, la Spagna o la Turchia (tralasciando commenti politici sulle politiche di immigrazione turche): non abbiamo i mezzi e non abbiamo le infrastrutture per poter gestire il flusso di migranti che sbarca sulle nostre coste. Questo nonostante negli ultimi 5 anni l’Europa abbia dato all’Italia per le politiche migratorie una cifra pari a 500 milioni di euro,  soldi che sono stati spesi poco e male (non mi soffermerò su questo aspetto ma rimando a L’Espresso che sul tema ha pubblicato un interessante articolo) motivo per cui l’Europa non è più molto propensa ad aiutare l’Italia nell’emergenza.

Detto questo però una soluzione va trovata semplicemente perché in caso contrario il Paese rischia di esplodere, in preda alle pulsioni razziste non della classe dirigente ma di una popolazione sempre più esasperata da una situazione che rischia di diventare sempre più degradante e di conseguenza sempre più pericolosa, perché la criminalità si sviluppa di norma laddove esiste il degrado.

Escludiamo dalla nostra analisi quelli che sono irregolari perché devono essere rimpatriati per cui è difficile pensare che si possa applicare per loro una politica di integrazione  dato che si parla di immigrati che devono essere espulsi.

Le politiche di integrazione devono essere indubbiamente migliorate: innanzi tutto vanno attivate dei corsi che consentano ai migranti di studiare ed apprendere la lingua italiana, condizione primaria e necessaria per l’integrazione; la lingua è il primo passo per l’integrazione, senza la lingua non esiste integrazione.

Secondo passo deve essere un corso di educazione civica, che possa insegnare ai migranti quelle che sono le leggi e le regole che devono rispettare una volta entrati sul nostro territorio, se quelle regole non vengono rispettate pagano con la legge così come pagano gli italiani (qui subentra il discorso della certezza della pena ma non è tempo e luogo per affrontare il discorso), e la pena per il crimine può essere anche il rimpatrio (ovviamente si parla di quei migranti regolari che possono essere rimpatriati).

Dopo tutti questi passaggi obbligatori, pena l’espulsione, è necessario che in tempo relativamente breve trovino un lavoro regolarmente pagato con cui si possano mantenere ed in caso di stipendio adeguato pagare anche le tasse su territorio italiano, contribuendo in questo modo al benessere del Paese.

Successivamente, quando saranno pienamente integrati potranno anche avere diritto di voto.

Si tratta di un procedimento particolarmente lungo ma necessario se lo scopo vuole essere quello di integrare per arrivare alla costruzione di una società pienamente multirazziale e pienamente integrata, che sia in grado di evitare fenomeni di razzismo e di ghettizzazione sugli immigrati, che potranno anche avere il telefono all’ultima moda (concesso evidentemente dallo Stato con quei soldi che dovrebbero essere usati per altro) ma che poi sono abbandonati a loro stessi,  senza conoscere la lingua, costretti a dormire in veri e propri ghetti e spesso portati a delinquere anche per mancanza di alternative.

Non si tratta di essere favorevoli perché “ci pagano le pensioni” (come ha detto qualcuno), intanto perché non è vero, poi perché questa frase li pone nella condizione non di essere cittadini ma di essere “numeri”, “forza lavoro” (il fatto che una cosa simile la abbia detto un esponente della sinistra la dice lunga sullo stato delle cose a sinistra), mentre invece sono “individui”.

Il primo passo è stato quello di regolamentare i figli degli immigrati che hanno compiuto un ciclo di studi in Italia, ora si tratta di regolamentare tutti quelli che, pur essendo perfettamente integrati nel sistema italiano non vengono ancora percepiti come italiani e quindi non hanno né diritti né doveri del cittadino italiano (per cui tecnicamente non possono nemmeno essere arrestati o processati nel nostro tribunale perché non soggetti alla legge italiana).

Chiudo con una piccola curiosità:  questa immagine compare spesso come risposta alla frase “aiutiamoli a casa loro”, forse sorprenderà sapere che i siriani che hanno chiesto asilo politico in Italia sono appena 2451, il Paese europeo che ne ha accolti di più è stata la Svizzera, che ne ospita 11.974. 

Il resto dei siriani che sono fuggiti dalla guerra non hanno mai abbandonato il Medio Oriente e sono circa 4 milioni quelli che sono emigrati verso Libano, Iraq, Giordania, Egitto e Turchia.

Ovviamente l’argomento è molto vasto e credo che ci torneremo molto spesso, cercando di affrontare l’argomento in modo costruttivo e propositivo, come sempre si cerca di fare su questa pagina, cercando anche di fare una storia di quelli che sono i flussi migratori, sperando possa servire per contribuire a vedere lo straniero non come un “nemico” e nemmeno come una “risorsa” ma come un “uomo”, un “individuo” così come lo siamo noi.

 

Quando la politica diventa “populistica”, degenerazioni di una classe dirigente

La politica è una scienza, e come tale dovrebbe essere trattata ed affrontata.

Compito di una classe dirigente dovrebbe essere quella di “dirigere”, prendendo anche decisioni scomode da far digerire all’elettorato perché sono quelle decisioni che un domani avranno un impatto sulla crescita del Paese e sulle future generazioni.

Negli ultimi vent’anni abbiamo invece assistito ad una lunga serie di personaggi politici che hanno via via assecondato gli umori del popolo elevandoli a valori della politica, degenerando il concetto stesso di politica.

Per prendere un esempio pratico possiamo prendere il caso eclatante della legge del Governo Letta che elimina il finanziamento pubblico ai partiti, legge che può essere considerata anche sostanzialmente giusta ma che non tiene conto di una serie di elementi che al “popolo” non sono stati chiarificati.

Innanzi tutto la politica avrebbe dovuto spiegare un particolare rispondendo ad una domanda: che cosa comporta l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti? 

RISPOSTA: Comporta che i processi decisionali saranno decisi dai privati e dalle multinazionali che decidono di “investire” in un partito.

Facciamo un esempio concreto: mettiamo che una banca decida di investire 50 mila euro per finanziare la campagna di un candidato di centrosinistra, perché porti avanti determinate politiche che avvantaggino il sistema bancario nella gestione della crisi, concedendo alle banche delle leggi che elimino i vincoli che le banche hanno nell’erogazione dei prestiti: il partito di Governo sarebbe costretto in questo modo a dover fare quello che la banca chiede, pena il mancato finanziamento al prossimo turno elettorale.

Altro esempio: una casa farmaceutica decide di finanziare il partito a condizione che faccia una legge che elimini la sanità pubblica e privatizzi consegnando a quelle multinazionali il potere decisionali sulla sanità delle persone in base al costo dell’assicurazione sanitaria.

Abolire il finanziamento pubblico e poi pretendere che non siano i privati a condizionare le politiche e le elezioni è una cosa puramente utopica, perché la politica e le campagne elettorali hanno dei costi perché possa essere svolta in modo corretto.

Certo, il finanziamento deve essere regolamentato, non può essere finanziamento selvaggio e si poteva pensare ad una riduzione del finanziamento pubblico con una percentuale (regolamentata e giustificata) di finanziamento privato, di modo che la politica possa comunque non dipendere per intero dal privato ma possa godere di una certa autonomia.

Altro elemento che in questi mesi tiene banco è la questione immigrazione: la vox populi dice “basta mandiamoli tutti a casa?” e la classe dirigente cosa fa? Si accoda alla voce del popolo dibattendo in televisione tutti i giorni sulla questione immigrazione senza riuscire a trovare una soluzione condivisa in grado di conciliare gli elementi di integrazione accoglienza (sull’immigrazione tuttavia non vorrei soffermarmi più di tanto perché vorrei affrontare l’argomento in modo più dettagliato nel prossimo articolo ma qui mi preme sottolineare come la politica non abbia capacità di elaborare soluzioni cedendo alle varie voci del popolo), pensando ad una soluzione ottimale per quelle che sono le problematiche di un sistema complesso come quelle dell’immigrazione.

Gli esempi che si possono fare sono tanti, troppi per essere tutti elencati, però la sostanza non cambia: la classe dirigente avrebbe il compito di risolvere i problemi che altrimenti il popolo non potrebbe risolvere e per questo “delega” alla politica.

Perché questo avvenga è necessario un rigore morale ed una preparazione politica, anche a prendere decisioni impopolari per il bene del popolo, anche andando contro quelle che sono le voci del popolo stesso, spiegando le motivazioni che quelle decisioni comporteranno sullo sviluppo futuro.

Perché questo sia possibile è oltretutto necessaria una capacità dialettica e di mediazione che al momento sembra essere assente dalla nostra politica.

Ritornare alla politica “per la gente” vuol dire assumersi anche al responsabilità di fare leggi che spesso il “popolo” potrebbe non capire ma che alle lunghe potrebbe accettare, quando si rende conto che hanno un beneficio sebbene non immediato.

Una volta fatto questo avremo di nuovo una politica “alta” che ha recuperato la sua funzione originale di “scienza di corretta amministrazione di una città” come era nella sua originale accezione greca e come era intesa da chi faceva politica nella polis. Senza questa consapevolezza la politica invece sarà destinata a non riuscire a risolvere i problemi del Paese ma sarà invece destinata a vegetare nel gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare niente”. politic